PIANIFICAZIONI

Stamattina ho sentito dire da qualcuno che quando l’uomo pianifica, Dio si mette a ridere. Mi immagino un sorriso sornione, come quello di chi vede l’intero orizzonte, mentre noi fissiamo una strada sola. Tracciamo percorsi come se la vita fosse una linea retta, ma l’esistenza non è un corridoio dritto, è un panorama che si allarga e si restringe, che cambia luce, vento, colori. E’deviazione, è incontro inatteso: un amore che non era nei piani, un lavoro che finisce,una città che chiama, un cavallo che corre troppo veloce. E noi restiamo lì, con la nostra lista in mano a fissare una realtà che non ha letto le istruzioni. E Dio ci guarda e sorride. Pianificare è umano, è desiderio che prende forma, è speranza organizzata, è il nostro modo di dire : “futuro, ti sto aspettando”, perchè senza una traccia, una scaletta, abbiamo paura di perderci. Ma perdersi potrebbe essere parte della strada ed ogni volta che un progetto crolla e noi pensiamo di aver fallito, poi, nel tempo, capiamo che proprio quel fallimento era una “porta”. Dio sorride, perchè sa bene che nessuna mappa potrà mai contenere la vastità di ciò che siamo chiamati a vivere. Pensiamo di sapere dove vogliamo arrivare, mentre la vita sa dove possiamo crescere . Ci porta altrove, quasi sempre,ma non lo fa per punirci, soltanto per “compierci”. Non smettiamo di pianificare, ma magari teniamo la matita più leggera, lasciamo margini più ampi al disegno, o anche un intero spazio bianco in fondo alla pagina, perchè a volte, Dio, ama scrivere lì.

LaMalaQuercia

Immagine creata con AI

GLI OCCHI DEGLI ALTRI

Cerchiamo sempre negli occhi degli altri una conferma silenziosa. Non solo approvazione, qualcosa di più primitivo, uno sguardo che dica :”ti vedo” e in quel “ti vedo” desideriamo ci sia spazio, fiducia, possibilità. Prima ancora di credere in noi stessi, abbiamo bisogno che qualcuno ci abbia guardati come se Valessimo. Cerchiamo negli occhi degli altri il permesso di esistere senza vergogna, la prova che il nostro passo non è fuori posto, che la nostra voce non è eccessiva, che il nostro tentativo non è ridicolo. E’ dallo sguardo che ci sostiene che nasce il nostro coraggio. Un bambino impara a camminare perchè qualcuno lo guarda cadere senza distogliere gli occhi. Un adulto impara ad osare quando incontra uno sguardo che non lo riduce. Noi cerchiamo specchi, è vero, ma non per vanità , per radicarci. E forse non dobbiamo smettere di cercare quello sguardo, ma dobbiamo imparare a portarlo dentro, diventare per noi stessi quello sguardo che incoraggia, che non abbassa, che non ride quando inciampiamo. Ma fino ad allora, continueremo a cercare fuori: negli occhi di chi amiamo, negli occhi di chi stimiamo, negli occhi di chi, per un istante, ci fa sentire capaci. Perchè a volte, basta solo uno sguardo giusto per fare il passo che avevamo paura di fare.

A volte uno sguardo è tutto. Come una finestra illuminata nella sera lungo la strada buia: non ti chiama, ma ti fa sentire atteso.

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11 NOVEMBRE 2003

L’11 novembre del 2003, mio zio Romolo è morto per un infarto mentre andava a cavallo. Aveva 71 anni e mi piace pensarlo così, in movimento, con il vento contro il viso ed il passo dell’animale sotto di sè…ed un sorriso. Come se la morte lo avesse sollevato al volo mentre stava ancora attraversando la vita.

Di lui ricordo una presenza vigile. Non rumorosa, non invadente. Una protezione che non chiedeva riconoscenza, ma che si sentiva, come un’ombra che non oscura, soltanto accompagna.

Mi è stato raccontato di litigi familiari.Tanti. Interessi.Antipatie. caratteri incompatibili. Ma io ho sempre avvertito altro. Perchè certi conflitti hanno radici sotterranee. Non sono solo parole dure, sono antichi equilibri che non si sono mai trovati, sono ruoli che si spingono e si respingono come maree. A volte chi litiga più forte è quello che sente di dover difendere da qualcosa che non riesce neanche a nominare. Il suo scudo verso di me non era possesso, né schieramento. Era uno sguardo che diceva :”io ci sono”. E in quel “io ci sono” c’era più verità che in tutte le versioni che mi sono state raccontate. Non saprò mai cosa lo muoveva davvero, ma quando penso a lui vedo un cavallo in corsa, un uomo dritto sulla schiena del tempo ed un battito che si ferma mentre il mondo continua ad andare.

Mi piace credere che certe protezioni non muoiano, cambiano forma. Diventano vento alle spalle, presenza che non pesa, memoria che non accusa. Forse la corsa di Romolo si è interrotta, la mia non ancora e quando il vento cambia io vacillo, ma sento ancora il suo passo accanto al mio e ricordo quel giorno, l’11 novembre, seduta lì, a terra, nel silenzio più grande che avessi mai conosciuto. Non so se mi sentisse, ma voglio credere che le mie parole siano entrate nel suo silenzio come briglia leggera, come carezza sul collo, come ultimo tratto di strada fatto insieme.

Da qualche parte un cavallo continua a correre con il tuo nome scritto nel passo zio.

Con amore. Cecilia

ATTENTO A COME SALI

C’è chi non cerca il confronto, ma una superficie su cui posare il piede e, ogni volta che passa, qualcuno deve ridursi per fargli spazio.

Ma gli alberi crescono guardando il cielo, non spingendo la terra verso il basso e la grandezza non si misura da quanto spazio occupa, ma da quanto ne lascia. Chi ha davvero struttura non ha bisogno di stare sopra: può restare accanto senza perdere un millimetro di sè.

La prevaricazione è un corpo che si sporge non per avvicinarsi, ma per sovrastare. Non chiede spazio, lo prende, non riesce a guardare negli occhi, ma solo dall’alto. Ha bisogno di dislivelli, di gradini, di qualcuno che resti sotto per poter dire di essere salito. E’ una montagna costruita togliendo terra agli altri.

Al contrario la vera grandezza non inclina nessuno. Non pesa. Non schiaccia. Sta in piedi da sola e lascia gli altri in piedi con lei. Accanto a lei.

Fai attenzione , perchè se cresci calpestando stai solo preparando la tua caduta : ogni passo che fai sopra gli altri non ti rende più alto, ma più instabile , e prima o poi quelli su cui hai messo il piede si sposteranno ed il tonfo sarà inevitabile.

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Immagine creata con A.I.

LINGUAGGI AFFETTIVI

Non tutti si prendono cura dell’altro allo stesso modo. Eppure diamo spesso per scontato che esista un solo linguaggio per dire “ti sono vicino”.

Ci sono persone che di fronte ad una porta che si chiude non sopportano di fermarsi. Insistono, bussano, entrano; perchè per loro la “cura” non sa stare fuori. Perchè ritengono che è quella l’attenzione, è quello il “voler bene”. Ma ce ne sono altrettante che agiscono all’opposto: si fermano un passo prima , per rispetto, per delicatezza, perchè sanno che non tutto il dolore chiede compagnia.

Il conflitto nasce quando il proprio modo di esserci viene scambiato per misura universale, quando ciò che per me è cura diventa il criterio con cui giudico l’altro. Così, chi non insiste, viene visto come distante. Chi non forza, come disinteressato. Chi lascia spazio, come poco coinvolto. Ma non sempre è così. A volte non invadere è il modo più onesto di esserci. A volte il silenzio non è assenza, ma fiducia. Lasciare all’altro il tempo e lo spazio di cui hanno bisogno non significa voltarsi dall’altra parte.

Chiediamo tutti di essere rispettati per quello che siamo, ma il rispetto smette di essere tale quando pretende reciprocità a senso unico. Quando vogliamo essere riconosciuti senza riconoscere davvero chi abbiamo davanti. Il punto non è stabilire chi abbia ragione : è accettare che non tutti amano allo stesso modo, che esistono linguaggi affettivi diversi.

La maturità nelle relazioni forse comincia da qui: nel non chiedere all’altro di diventare diverso per rientrare nel nostro schema.Il rispetto non è essere amati come vogliamo noi, è saper riconoscere quando il modo dell’altro di esserci è differente: ma non per questo meno vero.

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QUESTIONE DI META

La meta non è solo il punto in cui si arriva: è ciò che organizza il cammino. E’ la forza silenziosa che orienta ogni nostro movimento, ogni scelta, ogni progetto, anche quando non ne siamo consapevoli.Camminiamo sempre verso qualcosa, persino quando diciamo di non sapere dove stiamo andando.

La direzione che prendiamo influenza il passo, la fatica che siamo disposti a sostenere, le rinunce che accettiamo, le deviazioni che tolleriamo. A volte ci sentiamo stanchi, confusi, rallentati : non perché il cammino sia troppo lungo, ma perché la meta non ci appartiene più. Si può procedere velocemente e allontanarsi da sè. Sì può rallentare, fermarsi, rimettere a fuoco e scoprire che non era il passo il problema, ma la direzione. Cambiare meta non è un fallimento, è un atto di lucidità. Significa riconoscere che non siamo più la stessa persona che ha iniziato a camminare. La fretta dà illusione di avanzare, ma la chiarezza richiede attenzione, ascolto, capacità di chiedersi: verso cosa sto davvero tendendo? Qual’è il mio “progetto”? Ed è soltanto quando la direzione è chiara che il movimento acquista senso.

Alla fine non conta altro che la precisione dello “sguardo”, perchè la meta non è solo il punto in cui si arriva, ma ciò che decide ogni passo.

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Fotografia di Stefano Serresi che ringrazio per la ricchezza di immagini da cui attingere sempre

LA PAROLA DEL GIORNO: LIBERTÀ’

Sembra scontato, ma i fatti di cronaca ci impongono una riflessione: che cos’è la libertà? Non certo fare quello che si vuole: quella si chiama assenza di limiti e non dura mai a lungo, prima o poi diventa confusione, sopraffazione e nuova prigionia.

La libertà nasce dalla coscienza nel momento in cui un essere umano capisce di poter scegliere e di dover rispondere delle proprie scelte. Per questo non è “leggera”, è una condizione esigente, chiede attenzione, responsabilità e presenza. Chiede di sapere chi si è prima ancora di decidere dove andare. Deriva dalla capacità di interrogarsi, di dubitare. Senza pensiero critico non c’è libertà, solo obbedienza mascherata.

La libertà deriva anche dal limite. Sembra un paradosso, ma non lo è. Essere liberi significa sapere dove finisci tu e dove comincia l’altro. Riconoscere i confini non per rinchiudersi, ma per non invadere. Cresce nello spazio in cui nessuno è costretto a rinunciare a sè per esistere e non è una condizione individuale pura, è sempre relazionale: esiste davvero solo quando la mia non annulla la tua e la tua non schiaccia la mia. Per questo non è garantita una volta per tutte. Và praticata, difesa, ripensata; riconquistata ogni volta che diventa comoda, ogni volta che smette di farci domande. Non è una conquista definitiva, ma un equilibrio mobile. E finchè continuiamo a porci la domanda “cosa significa essere liberi” forse non abbiamo ancora smesso di esserlo.

Se camminiamo sapendo che ogni scelta lascia un’orma e accettiamo il peso lieve di essere responsabili di quella direzione, se insistiamo a cercare una parola giusta, un gesto che non ferisca, un pensiero che non sia delegato, allora la libertà non è perduta. Sta respirando da qualche parte dentro di noi, aspettando di essere praticata ancora una volta.

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Fotografia di Stefano Serresi

ADATTAMENTO

Non accade improvvisamente. Prima cambia il passo, poi il modo di stare in una stanza, infine il tempo che impieghi a rispondere e le parole che scegli di non dire più. Adattarsi non è una decisione eroica, è un gesto minimo, quasi invisibile, che avviene mentre nessuno guarda: uno spostamento impercettibile che però salva. Non ha a che fare con la forza, nè con la resa. Ha a che fare con il limite. Con quel punto sottile in cui insistere diventa una forma di violenza, anche verso sé stessi. Soprattutto verso sé stessi.

Ci hanno raccontato l’adattamento come una virtù rumorosa, come capacità di resistere a tutto, ma resistere a tutto spesso è solo un modo diverso di sparire lentamente. C’è chi si irrigidisce, chi si disperde. Poi c’è chi impara a spostare il peso per ritrovare un equilibrio. Adattarsi non è assomigliare, non è mimetizzarsi, non è diventare compatibili ad ogni costo. E’ restare abbastanza fedeli da potersi ancora riconoscere quando tutto intorno cambia forma.

Non tutto ciò che resta ha ancora senso. Non tutto ciò che cambia è perdita. A volte ciò che chiamiamo coerenza è solo paura di muoversi e ciò che chiamiamo tradimento è solo l’unico modo possibile per continuare.Adattarsi è capire quando una forma protegge e quando diventa gabbia. E’ lasciar andare prima che il corpo debba gridare. Non si adatta meglio chi corre più veloce, ma chi ascolta più a fondo. Chi sente quando il terreno cede, quando restare è solo ostinazione travestita da lealtà.

Adattarsi non è diventare altro. E’ non smarrire il proprio centro mentre tutto intorno si sposta, riconoscendo lucidamente il momento in cui mutare forma è l’unico modo per non perdersi.

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I NOMI DELLE RENNE

Zia Grazia conosceva a memoria i nomi delle renne di Babbo Natale. Li pronunciava sorridendo quando ero bambina, come se stesse accordando qualcosa nell’aria, perchè la musica la accompagnava ovunque: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder, Blixen. Non erano solo nomi, erano un ritmo, una formula gentile, una filastrocca. Non lo sapevo ancora cosa fosse la nostalgia, ma in quelle sillabe pronunciate quasi cantando c’era un modo gentile che teneva un mondo insieme: la meraviglia, la cura, il tempo che smette di avere fretta quando ci rapportiamo con i bambini. Li ripeteva senza mai sbagliare, con una serietà tenera, come se da quell’ordine preciso dipendesse il buon funzionamento di tutte le cose.

Ecco, lei era capace di custodire una lista che non le serviva, di impararla a memoria, per offrirla ad una bambina come si offre un amuleto. Che dono straordinario: tenere vive le cose leggere senza mai trattarle come sciocche, sapere che la magia non serve a spiegare il mondo, ma a renderlo più abitabile.

Oggi, a Natale, mi accorgo che quella lista vive ancora. Non la dico ad alta voce. La ripeto dentro, come si fa con le cose sacre e fragili: Dasher, Dancer, Prancer, Vixen, Comet, Cupid, Donder,Blixen e mentre tutto corre e scintilla, io resto un attimo ferma a ripetere quei nomi e sento che, finchè qualcuno li custodisce, la strada è ancora illuminata. Buon Natale a tutti

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Che stanchezza….

Viviamo esposti. A tragedie che scorrono come intrattenimento, a opinioni obbligatorie , reazioni immediate, posizioni da prendere…anche quando dentro siamo svuotati. Siamo stanchi ,ma non perchè dormiamo poco, è una stanchezza che non riguarda il corpo, anche se dal corpo viene portata.Nasce nella mente: quando pensare non basta più e tutto deve essere spiegato, difeso, semplificato, schierato. Nasce nell’emotività: quando sentire troppo diventa un difetto e la fragilità qualcosa da correggere. Siamo stanchi…mentalmente…emotivamente: stanchi di dover funzionare in un mondo che continua a chiedere prestazioni senza darci indietro neanche un “senso” per le sue richieste. E’ un’epoca che consuma le persone, che chiama “resilienza”la sopravvivenza forzata. Che normalizza la violenza e pretende che la si digerisca senza fare domande. Siamo stremati dal dolore che ci passa davanti come un fiume in piena, senza ponti, senza riparo. Di essere sempre presenti, reperibili, mentre dentro manca il respiro. La nostra non è debolezza, non è pigrizia, non è mancanza di volontà: è sovraccarico. Siamo saturi di rumore, di richieste , di una normalità distorta che ha perso il senso del limite, ma non la pretesa di obbedienza. Questa stanchezza non è un fallimento individuale, ma una risposta sana ad un sistema malato. E’ il corpo che dice “BASTA” quando la mente ha già capito che continuare a correre , fare finta , reggere tutto, non è forza. E’ anestesia.

Riconoscere la stanchezza non è arrendersi. E’ smettere di collaborare con ciò che ci consuma. Perchè un mondo che funziona solo se siamo esausti non è efficiente. E’ violento. La stanchezza non è un crollo, è una luce che si abbassa perchè il buio possa dire qualcosa che il giorno non ha mai avuto il coraggio di ammettere. E, se restiamo abbastanza fermi, abbastanza sinceri, forse sentiremo che sotto questa stanchezza c’è una domanda antica che chiede soltanto quale strada prendere per non farci logorare più.

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