IL QUINTO ELEMENTO

A metà tra filosofia, mito, scienza antica, indagine spirituale, si trova un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare agli altri quattro già appartenenti al mondo manifesto: La terra (le nostre azioni) l’acqua (le nostre emozioni) l’aria (i pensieri e le parole) il fuoco (i nostri desideri) e che, secondo lui, costituiva l’essenza del mondo celeste: l’etere. Ma c’è un punto di vista che mi affascina in modo particolare, quello alchemico, secondo cui l’etere è uno dei componenti della famosa pietra filosofale; inseguita per secoli da poeti, studiosi, filosofi e alchimisti, convinti che da qualche parte esistesse una sostanza capace di trasformare il piombo in oro. Ma l’oro era soltanto una conseguenza, ciò che forse cercavano davvero era il punto in cui la materia smette di essere soltanto materia, quel passaggio misterioso che trasforma. Per questo esiste il quinto elemento: l’etere. Non si vede, non si pesa, non si può trattenere: eppure è lui a custodire il segreto, perchè nessuna trasformazione avviene davvero finchè i quattro elementi restano semplicemente se stessi . L’etere è ciò che accade tra le cose, lo spazio invisibile che permette l’incontro, la coscienza che osserva, il significato che emerge dopo il dolore. Etere, sostanza delle stelle, o forse, più semplicemente, la parte di noi che continua a diventare ciò che è davvero. La trasformazione non avviene per aggiunta, ma per integrazione e l’etere diventa il simbolo di quel misterioso “qualcosa” che nessuna formula riesce a spiegare fino in fondo.

Alla fine la domanda potrebbe essere: cosa deve accadere perchè qualcosa diventi ciò che è destinato ad essere? E questo riguarda tanto il piombo, quanto noi.

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LA STUPIDARIA

Esiste un fiume che si chiama STUPIDARIA. Non lo troverete in nessuna carta geografica, ma scorre, eccome se scorre… Cerca sempre il punto più basso, come tutti i fiumi, e lo trova con una precisione che è quasi da ammirare. Certi istinti, bisogna ammetterlo, sono infallibili . Come tutti i fiumi anche la Stupidaria, periodicamente esonda, si ritira, esonda ancora. E ogni volta gli argini sono un po’ più deboli,perchè le memorie delle erosioni subite le hanno messe via con cura, in fondo ad un cassetto,tra le cose che non servono più. Il dimenticatoio si sa è il mobile più capiente di tutta la casa.C’è qualcosa di commovente in questa innocenza (o demenza) periodica, quasi tenero, se non fosse che l’acqua sale e sale e sale ancora. Il fiume sta scorrendo e mentre le sponde si stupiscono dell’acqua , tutto ricomincia, con la precisione di un appuntamento che nessuno ha fissato ,ma che tutti rispettano. C’è solo una cosa che la STUPIDARIA non sa, o forse sa, ma non le importa: a forza di esondare, i baluardi prima o poi spariscono e quando non ci sarà più niente a contenerla, l’acqua spazzerà via tutto, il basso e l’alto, i detriti e chi nuotava nel fiume. La corrente non fa distinzioni non le ha mai fatte. E mentre pochi, rendendosi conto di quello che sta accadendo cercano di nuotare controcorrente, la maggior parte collabora con la natura alla tragedia ed affoga convinta di salvare il letto del fiume.

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P.s. Mala tempora currunt

FORSE E’ IL MOMENTO DI PARLARE D’AMORE…

Leggo Orbital di Samantha Harvey e sono colta da un bisogno quasi struggente di scrivere anche io, con il mio sentire, una dichiarazione d’amore alla terra. Lei la guarda da fuori, dagli occhi innamorati di un gruppo di astronauti in orbita, io da quaggiù, dal mio corpo, dal mio giardino, dove il tiglio ha foglie a forma di cuore ed in estate odora di qualcosa che non ha nome, ma che il corpo riconosce prima della mente, perchè siamo terra anche noi- la stessa struttura, la stessa dualità, gli stessi doni. I petali delle mie rose sono delicati come una palpebra chiusa ed il tocco diventa un’emozione quasi insostenibile per le mie dita. Le apparteniamo totalmente.E questo è amore.

Forse gli astronauti lo sanno già, lassù – che si ama meglio ciò che si è allontanato. Ma io sono qui, con le mani nelle foglie del tiglio, e so che si ama anche così: senza distanza, senza orbita, con tutto il peso del corpo sulla terra di cui siamo fatti.

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LO DICE ZEROCALCARE

“Forse ci sono emozioni a cui qualcuno di noi non ha accesso”…non lo dico io, ma ZEROCALCARE in “Due spicci”. Poi secondo me si scopre subito, perchè in realtà lui l’accesso alla sua cantina piena di rovi e buio lo ha e corre a rintanarcisi ogni volta che fuori diventa “troppo”. E’ che non se la sente di dipanarli quei rovi e così si siede lì dentro e nasconde il viso tra le braccia conserte.

Li vogliamo chiamare “blocchi emotivi” queste cantine? Ma guardate che un blocco emotivo non è cecità, è architettura. Qualcuno lo ha costruito bene, con criterio, in un momento preciso e la costruzione è così solida che dopo un po’ ci si dimentica che è stata una scelta. Una costruzione consapevole, anche se non sempre lucida nel momento. Ma non si costruisce nel vuoto quella cantina, quel rovo, c’è sempre qualcosa di esposto che non poteva restare “nudo”. Paradossalmente in quella cantina buia c’è una logica di cura, bloccarsi è stato un atto di sopravvivenza: forse l’unico disponibile in quel momento. Il problema non è che quel luogo dentro di noi esiste, è che i muri non cadono da soli. La necessità passa, ma resta quella struttura che abbiamo costruito e arriva un punto in cui non sai più se stai proteggendo qualcosa di vivo oppure una stanza vuota.

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I PANNI SPORCHI

Abbiamo quasi un riflesso condizionato che ci portiamo dietro, quella lealtà automatica, quasi fisica, verso qualcosa che spesso non sappiamo neanche nominare bene: Famiglia. Abbiamo imparato presto le regole del gioco: non si parla, non si mostra, non si esce dal perimetro.I panni sporchi si lavano in famiglia, e se l’acqua è sporca anche quella, bè, ci si lava lo stesso. “Si chiama amore” ci hanno detto e noi ci abbiamo creduto sempre, perchè ai bambini basta dire una cosa con convinzione e loro ci credono.

C’è qualcosa di profondamente comico nel modo in cui abbiamo difeso l’istituzione contro noi stessi. Abbiamo fatto i contorsionisti dell’interpretazione. “In fondo mi voleva bene, in fondo la famiglia è sempre stata così, in fondo la famiglia è la famiglia”…tre volte “in fondo”, tre volte “famiglia”…come se la verità stesse sempre sotto, sempre più in basso, sempre fuori portata.

Tenere “dentro” non è una forma di forza, è solo un altro modo per restare fermi, in quella melma tiepida che almeno conosciamo, che almeno ha un odore conosciuto. Il nuovo fa paura. Anche il sano fa paura quando non lo hai mai visto da vicino.

Così eccoci, quasi ridicoli, a difendere qualcosa anche se ci ha fatto del male, perchè nessuno ci ha mai mostrato che si poteva fare altrimenti. Che esisteva altro, e questo altro non significava tradire. Alcune famiglie fanno male. Noi lo abbiamo sempre saputo, ma stiamo ancora aspettando il permesso di crederci.

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AMA IL PROSSIMO TUO

Nell’antico testamento, Levitico 19:18, si legge “Ama il prossimo tuo come te stesso”. La frase però è celebre perchè Gesù la riprende nel nuovo testamento definendola “il secondo comandamento più importante”. C’è un respiro corto tra queste parole, tanto che, qualcuno ha sentito il bisogno di cambiarle in: “Ama il prossimo tuo perchè è te stesso”…una parola di differenza, un abisso nel significato. Vale la pena dire che il testo greco non sembra autorizzare questa traduzione e sarebbe disonesto non sottolinearlo, ma ci sono errori che pur sbagliando trovano significati centratissimi. Come certi sogni che non descrivono niente di reale, eppure ti lasciano con una verità in mano al mattino. L’imperativo originale chiede uno sforzo: prendi la misura di te stesso e applicala all’altro, colma la distanza (senza contare che non sempre amiamo noi stessi). E’ una cosa nobile. E’ anche una cosa che nei momenti in cui sei già a pezzi suona un po’ come una beffa. Ma la seconda versione, quella “sbagliata” , non chiede uno sforzo: chiede una percezione. Non di attraversare la distanza, ma di accorgersi che forse non è mai esistita davvero. Che il dolore dell’altro ci appartiene già, prima ancora che decidiamo di lasciarcene toccare, ed il nostro, parimenti, appartiene al prossimo. L’onda non è separata dal mare. Lo dimentica, a volte. Si crede forma a sè, si crede confine. Ma non lo è. In certi periodi questa cosa non consola, non è il suo compito, però c’è qualcosa di diverso nel dolore di chi sa di non essere separato: è come guardare il buio e accorgersi, lentamente, che si vedono le forme. A me, questa versione “sbagliata”, piace immensamente. Se fossi Dio l’avrei ideata così. Perchè dà la misura reale di quanto siamo legati gli uni agli altri, non per obbligo o per virtù, ma per costituzione. Come fili dello stesso tessuto che non sanno di essere tessuto e si credono fili.

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La variazione in “Ama il prossimo tuo perchè è te stesso” l’ho sentita in un video di Paolo Ruffini.

DUE MUSICHE

Giorgio Gaber diceva :“mi fa male il mondo”. Oggi fa male anche a me, mi fa male in tanti punti, quasi ovunque, ma nel maschile un pochino di più. Le donne continuano a muoversi, nei loro corpi, nella loro fantasia, nelle loro passioni. Gli uomini invece sembrano pietrificati, come se Medusa li bloccasse con lo sguardo. Una Medusa vestita da storia, da aspettative, da cambiamento che non si riesce ancora ad abitare davvero . E loro restano fermi, a guardare, da fuori .

La donna invece, è da sempre nella metamorfosi , nell’incertezza, nel corpo che si modifica. Ha dovuto reinventarsi di continuo, adattarsi, sopravvivere a ruoli imposti con una sorta di elasticità interiore che la fa trasformare quasi danzando. E così Marte vaga, spaesato, tra Veneri che ballano, cercando di ritrovare quel ruolo ormai sgretolato che per secoli ha dato forma e senso alla sua identità.

C’è qualcosa di malinconico e bello insieme in questo quadro, quasi un passo a due tra ballerini che non riescono a toccarsi, su due musiche diverse che ancora non si mixano. E loro ballano. Vicini e lontanissimi. Come sempre, del resto, quando si ama qualcosa che non si riesce ancora a raggiungere.

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UN PASSO DISTANTE DA TUTTO

Siamo diventati brillantissimi, estremamente abili a non farci prendere sul serio. Ogni cosa viene smontata subito, trasformata in ironia, battuta, meme, linguaggio condiviso. E funziona. Perchè l’ironia ha qualcosa di profondamente intelligente: ti permette di guardare una cosa, anche tragica, senza lasciarti travolgere completamente. Però ad un certo punto abbiamo smesso di usarla solo per alleggerire le cose l’abbiamo trasformata in un mezzo per tenerle lontane.

Non importa cosa succeda: guerra, catastrofe, relazione finita, ansia collettiva, fine del mondo…qualcuno arriverà sempre con un meme e quel meme farà ridere davvero.Per questo Rust Cohle della prima stagione di True Detective c’è rimasto così impresso, perchè parlava come noi quando siamo troppo stanchi per credere in qualcosa: Intelligente, lucido, disilluso .Sempre a un passo di distanza da tutto. Ma dopo ore di buio , nichilismo e cinismo, Rust guarda il cielo e dice una cosa quasi assurda per lui: che la luce sta vincendo. Non perchè improvvisamente sia diventato ottimista, ma perchè chi ha passato la vita a proteggersi dietro l’intelligenza ed il disincanto, ad un certo punto ha un estremo ,viscerale , gigantesco bisogno di salvare qualcosa.

Rust :” sono stato sveglio ogni notte a guardare fuori, c’è solo una storia, la più antica”

Marty “quale?”

Rusty:” la luce contro l’oscurità”

Marty:” a me sembra che l’oscurità abbia molto più spazio”

Rusty:”già, sembrerebbe così” …..”ma sai Marty, credo che ti sbagli sul cielo stellato”

Marty:”in che senso?”

Rusty:” “una volta c’era solo l’oscurità, adesso la luce sta vincendo”

Sì, ironizzare su tutto può sembrare una zattera di salvataggio, ma se vuoi salvarti devi vedere a tutti costi che la luce sta vincendo. Ed io ci credo.

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BUONA PASQUA

La Pasqua non nasce tutta dentro la religione cristiana, viene da più lontano, dalla terra che si risveglia dopo il freddo, dalla luce che torna a guadagnare spazio, da un tempo antico, in cui gli uomini guardavano il cielo e capivano che qualcosa stava cambiando. Non era una fede, era un sapere.Nelle tradizioni più antiche questo passaggio aveva un nome diverso: Ostara, la festa dell’equinozio di primavera. Il momento in cui il giorno e la notte si tengono in equilibrio per un istante appena, prima che la luce ricominci a prendere terreno, a vincere il buio. Sì celebrava la fertilità, il ritorno alla vita, la promessa nascosta sotto la terra. Prima della Resurrezione, c’era questo. Il ciclo. Il seme che scompare, non per morire, ma per trasformarsi. Poi, la Pasqua cristiana ha dato un nome nuovo a quel movimento: non più solo la terra che rinasce, ma l’uomo che attraversa la morte e ne esce. Forse è proprio per questo che continua a parlarci, perchè, al di là delle tradizioni, la Pasqua riguarda tutti, non come rito, ma come esperienza. Ognuno di noi conosce il proprio inverno, le fasi in cui qualcosa si spegne, in cui si perde, in cui sembra che nulla tornerà. Eppure, sotto la superficie, qualcosa continua a lavorare. Silenzioso. Invisibile. Ostinato. Non è la promessa che tutto sarà di nuovo come prima, è la possibilità che ciò che si è spezzato non sia finito per sempre, ma soltanto attraversi un passaggio; che la perdita non sia solo sottrazione, ma trasformazione. Che la vita abbia molte più forme di quelle che riusciamo a vedere.

Ostara, Pasqua, forse vogliono solo mostrarci che tutto, prima o poi, torna ,cambiando forma. Questa non è una promessa, è semplicemente un ritmo e noi, anche quando non lo sappiamo, continuiamo a seguirlo.

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ACCETTA

Non è una parola semplice, spesso viene scambiata per “resa” , ma non lo è, l’accettazione è molto più esigente. Non significa essere d’accordo ,nè approvare, significa soltanto non lottare contro ciò che è già accaduto, che si è già manifestato.

E’ un gesto invisibile, in cui smettiamo di opporci a qualcosa che non può essere cambiato. Un punto in cui la battaglia si spegne, un allinearsi a ciò che è, cessare di resistere .E’ la fine dello scontro, perchè la sofferenza non nasce soltanto da quello che accade, ma anche dal fatto che continuiamo a dire: non doveva andare così.

E quanto è difficile, amaro, lento. Ci sono cose che non si assorbono mai completamente, però si impara a portarle addosso. Accettare è permettere a quello che è accaduto di esistere , semplicemente, senza doverlo correggere, senza doverlo riscrivere, senza doverlo espellere. E’ un atto di maturità silenziosa e forse anche di rispetto: per la realtà, per il tempo, per ciò che è stato.

Accettare quindi non significa dire “va bene così” (frase molto modaiola ed utile soltanto ad autocovincersi ) , significa soltanto dire “e’ così” e, lentamente, imparare a vivere dentro questa verità.

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Immagine creata da A.I.